Accoglienza

Frutto di un progetto innovativo specifico del CPIA di Terni, il corso accoglienza è rivolto principalmente agli studenti minorenni che vogliono conseguire, uno dopo l’altro, i livelli A1 e A2 della lingua italiana.

Il corso è articolato in 200 ore totali, durante le quali trovano posto anche attività alternative e progettuali dal valore educativo e formativo.

Un mondo nuovo

C’è una cosa in particolare che, con l’avvicendarsi dei tempi moderni e con l’affermarsi di una società sempre più ingorda, abbiamo quasi dimenticato: il valore della semplicità. C’è semplicità anche nei sogni e nelle aspirazioni e i nostri ragazzi ce lo insegnano giorno per giorno. Non occorre desiderare in grande, ma bisognerebbe vedere il mondo con occhi nuovi, proprio con quello sguardo, del quale gli studenti del Cpia di Terni sono consapevoli.

Osservando i loro occhi e i loro mezzi sorrisi, quando sono seduti tra i banchi di scuola, si colgono mille significati. Più di tutti, però, credo che emerga un valore da riscoprire: essere felici qui ed ora, avendo a disposizione cose semplici, vite semplici.

È come se alla fine questi ragazzi volessero dirci di non affannarci a cercare l’irraggiungibile. Tutto ciò non vuol dire accontentarsi, ma apprezzare il valore di ciò che conta veramente. Anche un foglio, un solo foglio di carta con degli esercizi può aprire un mondo nuovo, può rappresentare uno strumento per un percorso di integrazione, per nuovi occhi verso il reale.

Attraverso il coinvolgimento degli studenti nella creazione di questo spazio web di comunicazione, abbiamo voluto impegnarci con metodologie innovative a stimolare l’apprendimento e il desiderio di scoprire.

Alla fine, però, ci siamo accorti che un insegnamento fondamentale l’hanno dato a noi docenti proprio i nostri studenti: confrontiamoci, adoperiamoci, cresciamo, guardando alla semplicità, progettando un mondo fatto di volontà, che, con semplicità, possiamo realizzare.

Le metodologie

La peer education per accrescere l’autostima

Spesso in classe e nelle attività didattiche in generale il docente assume il ruolo di accentratore, intervenendo anche come mediatore fra i pari. La peer education rovescia completamente questo schema: gli studenti vengono messi al centro dell’attività educativa e viene loro lasciato libero spazio e pieno tempo per l’interazione. Il ruolo dell’insegnante non fa altro che limitarsi ad un semplice facilitatore. Potrebbe essere quello che in antropologia viene definito come osservazione partecipante. È logico infatti che non si tratta di un’osservazione distaccata e non può trattarsi di un’osservazione del tutto priva di filtri.

Allo stesso tempo però i pari possono avere la libertà di interagire in maniera spontanea, dopo che sono stati forniti strumenti e strategie volte a mettere in risalto la significatività del ruolo dell’altro.

È stato provato che questo tipo di interazione può contribuire ad accrescere l’autostima. Ciascuno degli studenti può trovare un’area all’interno della quale può esprimersi liberamente, un ritaglio di una dimensione capace di costruire relazioni, di provare e di sperimentare, di mettersi alla prova, dando risalto al confronto.

È proprio attraverso il confronto che si possono destrutturare stereotipi e pregiudizi basate su categorie predefinite.

La classe come setting per il benessere psicologico: il laboratorio emozionale

La classe non può essere considerata come un ambiente neutro. Le relazioni che si instaurano all’interno hanno un forte potere “evocativo”, perché contribuiscono a creare emozioni.

La classe può essere immaginata come un setting, all’interno del quale ogni elemento trova una collocazione ben precisa, per poter contribuire a determinare il benessere psicologico degli studenti. Quest’ultimo si pone come un concetto dalle mille sfaccettature, visto che benessere può assumere molti significati. Ma mi piace soffermarmi in particolare sul benessere che può derivare dall’interazione. Si parla tanto di educazione alle emozioni, che dovrebbe rientrare fra i principali obiettivi della scuola. Ma in realtà si fa davvero poco nella pratica per mettere a punto questo traguardo. Eppure l’educazione alle emozioni non può essere un obiettivo educativo che può essere lasciato al caso. Dovrebbe essere esplicitamente programmato e dovrebbe avere un carattere di trasversalità a tutte le discipline di insegnamento. Come a dire che tutte le discipline dovrebbero contribuire, ciascuna per la propria parte e in raccordo con gli specifici obiettivi didattici, a migliorare il benessere psicologico degli studenti, attraverso attenti e precisi interventi educativi nei confronti delle emozioni e dei sentimenti.

Significa partire da un’analisi delle effettive esigenze della classe per avere come obiettivo la possibilità di fare chiarezza, di esprimersi, di puntare ad essere chiari con loro stessi. Sembrano dei concetti scontati, ma non lo so affatto, perché per i ragazzi spesso a tutto ciò corrispondono delle difficoltà soggettive che vanno valutate caso per caso.

Penso a quanto potrebbe essere costruttiva la realizzazione di un vero e proprio laboratorio delle emozioni.

Sarebbe importante mettere a punto delle attività finalizzate all’espressione delle emozioni. Ogni studente dovrebbe avere la possibilità di esprimere ciò che sente, per confrontarsi con gli altri al di là degli stereotipi.

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